Che cos’è il bitter e quali sono le differenze con gli amari

Ultimo aggiornamento: 01.12.22

 

Perché i bitter vengono confusi con gli amari? Quali sono le differenze tra questi due alcolici? Scopriamo insieme tutto ciò che c’è da sapere in merito.

 

Bitter cos’è?

Un italiano che sente parlare di bitter e amaro potrebbe ritrovarsi spiazzato poiché per la nostra tradizione, queste due bevande sono nettamente distinte e separate. Il bitter in terra nostrana è infatti un ingrediente leggermente amaro da mescolare con altri alcolici per ottenere cocktail da aperitivo, tra i più popolari troviamo per esempio il Campari e l’Aperol.

L’amaro, invece, è un liquore ottenuto tramite distillazione, infusione o macerazione e viene bevuto come digestivo dopo i pasti. Già da questi dettagli si può immediatamente comprendere la grande differenza che passa tra bitter e amari, tuttavia, se ci si sposta in paesi diversi, è possibile notare come questa diventi una linea sfumata.

 

La tradizione dei bitter

Anche denominati “bitters”, al di fuori dell’Italia sono considerate vere e proprie preparazioni alcoliche aromatizzate con botaniche per ottenere un sapore amarognolo. In origine erano dei tonici medicinali, venduti come digestivi, o in grado di curare specifiche malattie, trasformandosi nel tempo in ingredienti per cocktail. Dal momento che questi hanno generalmente un sapore dolciastro, i bitter servono a bilanciare i toni e aggiungere complessità al drink.

L’origine dei bitter si può far risalire agli egizi, che lasciavano macerare botaniche nel vino e, non essendo una pratica particolarmente complessa, ha visto poi molte popolazioni cimentarvisi. A partire dal medioevo però, queste creazioni divennero più comuni e diffuse, coincidendo con lo sviluppo della farmacognosia, ovvero la scienza che si occupa della creazione di farmaci provenienti da fonti naturali.

Nel diciannovesimo secolo, le colonie americane mutuarono dall’Impero Britannico l’aggiunta di bitter a base di erbe nel vino e nel 1806 ci fu la svolta moderna: comparvero le prime pubblicazioni che facevano riferimento ai cocktail, descritti come un mix di liquori, zucchero, acqua e bitter.

 

Angostura cos’è?

Il nome scientifico è “angostura trifoliata” ed è una pianta nativa dell’America del Sud, vi sorprenderebbe però scoprire che l’Angostura bitter, divenuto popolare per la preparazione di una gran quantità di drink, non ha nulla a che vedere con l’ingrediente naturale da cui prende il nome. In realtà il nome del bitter fa riferimento alla città venezuelana Ciudad Bolìvar, chiamata in passato proprio Angostura. A conferire il nome all’ingrediente fu il suo inventore, Johann Siegert, medico prussiano che prestava servizio nell’esercito di Simòn Bolìvar, il fondatore dello stato venezuelano, il quale a partire dal 1824 iniziò a somministrarlo ai soldati inappetenti.

Il forte aroma del bitter Angostura ne rende necessario l’utilizzo in gocce, per non alterare troppo il gusto finale del cocktail ma sono molte le preparazioni che ne fanno uso, come per esempio uno dei drink più classici mai realizzati, il Manhattan, che prevede proprio l’uso di whiskey, vermouth dolce e qualche goccia di angostura.

 

Lo Spritz

L’aperitivo per eccellenza, è realizzato grazie all’aggiunta del bitter all’italiana, che può essere cocktail con Campari o Aperol, e che gli conferisce il classico colore da bitter rosso. La ricetta è semplicissima e potete realizzarlo tranquillamente anche a casa, avrete bisogno di bitter (Aperol per un gusto più dolce mentre Campari note più amare), prosecco, soda e una fetta d’arancia. Aggiungete qualche cubetto di ghiaccio nel bicchiere, poi versate tre parti di prosecco, due di bitter e infine aggiungete una spruzzata di soda o seltz. Guarnite con la fetta d’arancia e servite immediatamente.

Gradazione alcolica spritz

Se vi state chiedendo invece quanti gradi ha lo spritz, non si attesta su valori eccessivi e il volume alcolico si attesta intorno all’8%. Uno dei miti legati all’origine dello spritz lo vedeva realizzato dalle truppe dell’Impero austriaco, che allungavano i vini veneti con acqua frizzante o seltz, tuttavia non vi sono oggi sufficienti prove che dimostrino tale teoria. Molto probabilmente nacque nella prima decade del ‘900 nelle osterie veneziane come semplice mix di vino locale e acqua frizzante, per poi raffinarsi con l’aggiunta del bitter molto più recentemente.

 

Amaro e bitter analcolico

Analizzando le due parole, è possibile risalire a una matrice comune, bitter, d’altronde, tradotto dall’inglese significa proprio amaro, tuttavia la presenza in Italia di bevande come Aperol bitter e Campari, che non hanno un tasso alcolico, ha modificato il significato originale. Gli amari, per essere realizzati, devono oggi seguire un regolamento europeo ben specifico, sfruttando alcool etilico agricolo e aromi naturali con un volume alcolico minimo pari al 15%.

Le fasi principali della preparazione sono due: l’infusione e poi la distillazione. Nella prima fase, le erbe e le botaniche vengono lasciate appunto in infusione in una soluzione alcolica per un tempo variabile, a seconda dell’amaro prodotto, dopodiché queste vengono rimosse e si passa alla distillazione vera e propria. Può seguire inoltre un periodo di invecchiamento in botti, per conferire ulteriori spunti aromatici alla bevanda.

 

Gli amari più antichi

Individuare il primo amaro della storia può essere problematico, principalmente perché le preparazioni casalinghe erano all’ordine del giorno, tuttavia possiamo identificare i primi successi commerciali. Nel 1737 nasce nella certosa Grande Chartreuse il Chartreuse Verte, composto da oltre 130 botaniche e ancora oggi molto popolare sia per il consumo liscio sia insieme ad altri ingredienti per la realizzazione di cocktail.

Ma in Italia la situazione com’era? Come abbiamo sottolineato in precedenza, nel nostro Paese la produzione commerciale ha richiesto più tempo poiché localmente tutti producevano i propri liquori e amari, ogni famiglia disponeva delle proprie ricette e questo quindi rallentò la commercializzazione a livello nazionale. Il primo amaro venduto a partire dal 1815 a Milano fu l’Amaro Ramazzotti, che non presentava al suo interno alcuna traccia di vino ed era composto da 33 botaniche diverse, tra erbe e radici di varia natura. La ricetta resta ancora oggi segreta ma tra gli ingredienti trapelati nel tempo troviamo scorze di arance siciliane, cardamomo, anice e chiodi di garofano.

Speriamo che il nostro articolo vi abbia chiarito tutte le differenze tra bitter e amari che, sebbene possano sembrare la stessa cosa, presentano comunque dei tratti distintivi, soprattutto nel nostro Paese dove la tradizione si è evoluta in base alle abitudini locali.

 

 

Vuoi saperne di più? Scrivici!

0 COMMENTI